Gli Stati Uniti tagliano i fondi contro l'HIV in Sudafrica: quando la geopolitica affama i malati
Washington ritira il finanziamento dei programmi sanitari sudafricani, accusando persecuzioni agli Afrikaner. Un ricatto che rivela come la medicina sia diventata un'arma del capitalismo imperialista.
La medicina, quella nobile scienza che dovrebbe appartenere all'umanità intera, si trasforma in leva di dominio.
Ecco il meccanismo nudo, senza maschere: gli Stati Uniti sospendono i fondi per i programmi di lotta all'HIV in Sudafrica, adducendo come pretesto presunte persecuzioni contro la minoranza afrikaner. Non mi dilungo sulle accuse specifiche—rimangono controverse e richiedono verifiche che la diplomazia non farà mai—ma colgo il gesto nella sua essenza economica. Un'amministrazione americana che parla di diritti umani taglia i cordoni della borsa proprio là dove il virus continua a mietere migliaia di vite ogni anno. È l'imperialismo della sordidità: usare la salute dei poveri come moneta di ricambio nelle proprie contese geopolitiche. Perché il Sudafrica resiste, perché ha una voce propria nel concerto delle nazioni, ecco che la castigo dove fa più male.
Dietro questa decisione si legge una logica che conosco bene: il capitale sanitario circola secondo le gerarchie del potere. I farmaci salvavita diventano ostaggio delle alleanze strategiche. Washington non sta punendo una politica sanitaria fallimentare—il Sudafrica ha compiuto progressi reali nella riduzione della trasmissione—ma punisce l'indipendenza. È il ricatto classico: accetti la nostra egemonia, oppure i vostri malati pagheranno il prezzo. La medicina, quella nobile scienza che dovrebbe appartiene all'umanità intera, si trasforma in leva di dominio.
Che cosa insegna questo se non che la salute globale rimane una finzione? Finché esiste il capitale, finché gli stati agiscono come suoi agenti, il diritto alla vita rimane condizionato, precario, negoziabile. Le epidemie non rispettano le frontiere né le alleanze diplomatiche; il virus non interroga le nostre dispute. Eppure noi permettiamo che le nostre malattie—geopolitiche, ideologiche—interferiscano con le cure. Ogni dollaro tolto è una vita contesa, una scommessa sui corpi degli altri.
Non accetto l'ipocrita separazione tra etica e politica estera, quella che distingue la «realpolitik» dai sentimenti. No: questa è la vera faccia della realtà, questa durezza che sacrifica il vivente sull'altare degli assetti di potere. Se vogliamo uomini e donne liberi dalla malattia, dobbiamo prima liberarli dalla logica che trasforma la sopravvivenza in merce di scambio. Finché la salute resta proprietà geopolitica, nessuno sarà veramente guarito.
Source : Carbon Majors (InfluenceMap) — la liste complète des 178 producteurs (entreprises et États)