Trump e l'Iran: quando il pompiere appicca il fuoco
Mentre Washington tenta di riavviare i negoziati con Teheran, la nuova amministrazione americana rischia di sabotare ogni possibilità di accordo. Un documentario ripercorre come la gestione presidenziale del conflitto oscilli tra minacce e improvvisazioni.
Una diplomazia seria richiede di credere nella propria parola; la coerenza è un bene pubblico più prezioso di un colpo mediatico momentaneo.
Ho sempre creduto che gli americani sapessero riconoscere il paradosso quando lo vedono in faccia. Eppure, guardando i titoli di questa settimana, mi viene da dubitare. Mentre gli Stati Uniti dichiarano pubblicamente di volere avviare negoziati con l'Iran, e mentre un'ala dell'amministrazione — quella rappresentata da Vance — rimane prudentemente a casa piuttosto che affrontare il dialogo, la documentazione dei precedenti comportamenti presidenziali rispetto a Teheran disegna un quadro inquietante. Non è semplicemente un'inconsistenza diplomatica; è una contraddizione che mina alla radice ogni possibilità di intesa duratura. Come si può chiedere a una nazione di sedersi al tavolo delle trattative quando la storia recente mostra che il volto americano agli accordi internazionali è spesso capace di ritirarsi, di umiliare, di infliggere colpi senza preavviso?
Il documentario che ripercorre la gestione del dossier iraniano da parte di Washington non è semplice cronaca: è la radiografia di un metodo fatto di oscillazioni fra massima durezza e aperture abortite, fra promesse non mantenute e provocazioni studiate. Un pompiere che appicca incendi mentre finge di spegnerli — questa è l'immagine che emerge. Non dico che l'Iran sia innocente, non dico che Teheran non giochi le sue carte con cinismo. Ma quando uno Stato potenza propone il dialogo, il mondo ha diritto di vedere coerenza, non teatralità.
Ciò che mi colpisce, nel seguire questa danza pericolosa da migliaia di chilometri, è quanto poco sembri contare, per chi prende queste decisioni, il prezzo umano delle oscillazioni strategiche. Le sanzioni colpiscono le spalle della gente comune; le tensioni militari scuotono i sonni dei padri e delle madri in due paesi, anche degli americani. Una diplomazia seria richiede di credere nella propria parola; richiede di accettare che la coerenza sia un bene pubblico più prezioso di un colpo mediatico momentaneo.
Se Washington intende veramente aprire un dialogo con l'Iran, deve cominciare dal primo passo: dimenticare il copione dei gesti teatrali e costruire una strada dove le due parti possano riconoscere che esiste uno spazio per evitare il peggio. Il documentario lo mostra chiaramente — finora, quello spazio è stato soltanto un miraggio. La settimana che viene dirà se qualcosa può cambiare.
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